carlo prati

Portrait of the Architects as a Young Dog

In SCRITTI on 5 marzo 2010 at 2:57 pm

Esiste un reale è sincero rapporto di fratellanza tra gli architetti in Italia? Dalle pur minime esperienze che abbiamo avuto fino ad oggi a me pare invero di no. E’ per questo che stiamo vivendo una fase di ripensamento, una fase di stasi e decantazione indotta. Il desiderio di ripensare dal profondo, nell’interno del proprio percepire questo percorso professionale e poetico, è stato il motore di cambiamenti anche radicali nel modo di concepire e intendere il lavoro e le sue relazioni. Nel pieno di una stagione feconda, che nei primi anni 2000 ci ha permesso di raggiungere traguardi altrimenti impensabili e per noi prestigiosi, come il concorso meno è più 2, – in coordinamento con lo studio 5+1 AA -, o la competizione internazionale per il Lungomare di Roma – anche questo in tandem con altri valenti colleghi romani, -scape e spsk – ci siamo trovati al contrario di quanto sia lecito aspettarsi, in uno stato di crescente difficoltà.

Ambizione
Sperimentare, diciamo così, una forma seminale, prodromica ed abbozzata di successo è stato senz’altro – con il senno di poi, del qui e ora – una benedizione. Ma al momento – nell’esperienza – affatto semplice.
Il successo genera ambizione e l’ambizione genera aspettative che non sempre si è in grado di soddisfare. Negli altri come in se stessi. Nei gruppi come nei legami privati.
Le relazioni non funzionano. Questo è un dato certo che non corrisponde ad una presa di accettazione nichilista – questo è il sentire comune, che si accontenta del semplice e del riduttivo – ma anzi presuppone coraggio e vitalità, in poche parole: attenzione sostenuta.

Emulazione
Lo scenario politico a Roma nei primi anni 2000 è stato il motore, la causa prima il cui effetto risultante collettivo, nella cerchia professionale in cui ci siamo mossi, è stato quel barlume di notorietà e successo di cui sopra; nella sfera personale esso ha prodotto un cambiamento altrettanto forte, costringendo ad un indagine intensa sulla effettiva natura delle relazioni con le cose e con le persone.
Mentre assistevo all’ascesa esorbitante di archietti italiani “giovani” – i cinquantenni di oggi – che avevo apprezzato e sostenuto, sopratutto negli anni dell’università, nutrivo la speranza non troppo velata che un giorno avrei potuto senz’altro io stesso calcare quelle scene, immergermi in quelle vicende e riprodurne le traiettorie.
E molta parte dell’impegno profuso tra il 2000 ed il 2007 – tra la formazione del primo studio Base_1 e lo scioglimento del secondo doppiomisto – ha tratto forza da questa motivazione, che – ed è questa la riflessione che sento privata ma al tempo stesso corale e collettiva – a dire il vero è debole e claudicante per un mestiere che intende curare le istanze collettive – delle società delle persone – per guidarle nel cambiamento ed accompagnarle nella vita, nel transuente continuo.

Sisma
Quasi una decade, che a mio avviso è importante, è importante come individuo e come architetto.
L’aver coltivato dunque in modo persistente una motivazione di tipo individualistà in modo inconsapevole ha nutrito un appetitto egoico sempre crescente, che alfine ha prodotto una crisi ed una frattura, una pausa ed un necessario ripensamento. Sono molteplici i fattori che mi fanno intendere che questo micro sisma personale, sia leggibile anche sul piano più ampio di uno scenario più vasto.

Espressione
Energia, entusiasmo, efferfescenza, straripamento, fervore: da nord a sud nonostante la predominante esterofila delle amministrazioni statali a vario raggio, gli architetti italiani di mezz’età hanno avuto modo di eprimersi esporsi confrontarsi conoscersi, grazie a un boom impressionante dell’editoria di settore e al corrispondente espandersi dell’uso della rete web come strumento di divulgazione autopromozione e condivisione.
A questo non ha corrisposto però un equivalente ritorno lavorativo.
Poca costruzione – sopratutto nelle metropoli – poca sperimentazione e conseguentemente molta frustrazione. Una torta la cui fetta risulta insufficiente a colmare i desideri sovralimentati del gruppo ha il gusto amaro della sconfitta, della delusione.
Nel grande come nel piccolo.

Labirinto
Per noi, in quegli anni la rete è stata fondamentale, come strumento e come media. In questa cornice il lavoro che si è portato avanti con l’alienlog – documentando dapprima il cantiere eterno della Odile Decq a Roma – ha permesso in modo alterno di costruire un ipotesi di percorso autonomo rispetto alle risultanti prescritte dalle radici preesistenti.
Conoscere il mondo della rete e prendervi attivamente parte all’interno dello specifico disciplinare è stato compito gravoso ed alfine schiacciante. Questo esercizio emulava e cercava un ritorno proprio nelle iperboli editoriali dei giovani imprenditori-architetti, coloro che fondavano o rifondavano – attraverso collane o collaborazioni scientifiche – con estremo coraggio ed intraprendenza case editrici e riviste di settore.
Così ad esempio i 5+1 con la Joshua Architettura a Genova, l’impegno di Ricci nella collana Babele di Meltemi, Ian+ a Roma in rapporto con Domizia Mandolesi e l’Edilstampa, Boeri a Milano con Multiplicity e Domus, Casamonti a Firenze con il tandem pirotecnico Materia-Area, la nascita del Giornale dell Architettura di Olmo a Torino ed il lavoro di Pino Scaglione dalla prima d’Architettura fino a List la costola italiana di Actar.
Ai margini di questo sistema composito ed eterogeneo si definiva il limite della nuova frontiera, il web.
In tal senso devo senz’altro mettere nel novero delle cose cui ho tenuto, architettura.it di Marco Brizzi e architecture.it di Furio Barzon. Sono questi credo gli esempi più stabili di tendenze sinergiche e stereometriche: la ricerca da un lato e la formazione consapevole dall’altro. Un colophon dalla rigida struttura in html, radicale nella sua algida fissità (Firenze lascia il segno), e una programmazione complessa di un portale interattivo ad elevata prestazione con perno nel progetto collaboratorio.it (il nord est produttivo). A queste due astronavi dobbiamo tutti molto, a partire dal primo articolo che parlava del nostro lavoro di Pippo Ciorra su Base_1, alle pubblicazioni dei primi progetti – quali Aomori su architecture o la clinica mobile su arch’.it  – dando ampia divulgazione ed  evidenziando un possibili linee di ricerca che ancora oggi riteniamo attuali e feconde.

Fenomeno
In molti casi siamo passati dalla rete alla carta stampata e questo è accaduto a molti. Da qui alla possibilità di avere un ritorno nei concorsi il passo è breve, qualorà sussistano delle condizioni politico amministrative favorevoli e – come detto -, la Roma dell’ ultima giunta Veltroni ha rappresentato – nel bene e nel male – un palcoscenico importante. Un esempio sono gli innumerevoli concorsi banditi dal VI°dipartimento “interventi di Qualità” diretto da Gabriella Raggi con la collaborazione di Luca Montuori; in tal senso i concorsi Menoèpiù hanno costituito ci sembra un ipotesi di lavoro importante in rapporto alla ridefinizione delle modalità legislative previste per la corresponsione degli oneri concessori da parte del soggetto privato. Un sistema le cui cellule in subbuglio si scontrano generando esplosioni, calore e vitalità. A tempo determinato.

Silenzio
Ora sembra che il momento sia di generale riflusso, di naturale risacca, come il silenzio tra due onde, una sospensione che ci lascia a galla in un liquido amniotico denso e viscoso.
La prima onda ha sconquassato il nostro orizzonte, facendoci intravvedere le macerie di chi spinto da un inarrestabile ambizione ha subito il crollo e la devastazione, personale e pubblica. O semplicemente lasciandoci assistere alla lenta e squallida eutanasia degli apparati di potere, delle accademie o delle sale consigliari.
A galla.
In questo silenzio è possibile comprendere.
Comprendere a quali forze si è dato erroneamente ascolto: all’interno come all’esterno.
In questo silenzio salvifico è forse anche possibile percepire il rapporto della parte con il tutto, il rapporto di causa e effetto che ci lega indissolubilmente, i grandi e i piccoli.
Architetti che trasmutano nei loro maestri e riferimenti, che si affacciano a fasi ulteriori, nuove e imprevedibili. Che hanno bisogno del sostegno dei fratelli maggiori così come dei padri, per uscire dalla ingannevole convinzione che debba sempre esserci un vincitore e un vinto.

Spazio.

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  1. caro Carlo,

    era ora …

    con affetto

    Giorgio

  2. caro carlo, complimenti per il lucido coraggio.
    Bisogna esser pronti a fare il meglio possibile con quel poco che passa il convento.
    in termini di lavoro, idee , cultura.
    Bisogna abituarsi ad una condizione superflua valorizzandone le possibilità marginali.
    in bocca al lupo
    cherubino gambardella

  3. crepi il lupo!
    grazie per l’affetto che sostiene

    è dai segmenti temporali devastati, curvi, ritorti che – per legge naturale – scaturiscono resurrezioni salvifiche di senso e comunanza.

    Dunque è vero che bisogna abituarsi al ritorno continuo al superfluo al perturbante,
    ben sapendo che presto questo germinerà nel suo contrario e noi con lui.

    ma non tutti hanno la forza necessaria…

    a mio avviso si condivide e si parla poco di ciò che conta, di ciò che è cruciale ora.
    E non credo sia il progetto o lo stile, la poetica o la forma

    Mi pare che a stabilire un rapporto autobiografico con l’architettura fosse Aldo Rossi, da quanto l’Italia ha smesso di proporre una riflessione così ampia e autonoma?

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