carlo prati

Up patriots to arms

In SCRITTI on 13 aprile 2010 at 9:25 am

“Mandiamoli in pensione i direttori artistici, gli addetti alla cultura…”

Mi capita di assistere con una certa frequenza a palesi manifestazioni di opportunismo e demagogia. Ciò che colgo è un atteggiamento ipocrita che sotto il velo di un vis filantropica ben argomentata rivela altresì il volto di un cruento bisogno di autoaffermazione. Mi domando se vi sia generale consapevolezza di tale inganno. E mi rispondo, soppesandomi, che no, che questa pericolosa ambivalenza non è che il risultato della confusione e dell’incertezza che domina questo tempo farraginoso e incerto.

Ora, non potendo dunque additare colpevoli esterni, ma trovandomi nella necessità individuale di superare questo scenario così deprimente, risulta inevitabile denunciare quanto meno la causa di questa deriva di stupidità e narcisismo onanista.

La rivelazione metafisica
Questi anni e la *cultura* da essi germinata all’ombra della quale siamo cresciuti – che sia di sinistra o di destra poco conta – ha inteso rimuovere sistematicamente l’orizzonte Metafisico dalla sua prospettiva.

Elémire Zolla

Un emergenza su cui  Elémire Zolla ha meditato a lungo “occorre piegarci a questi limiti della nostra civiltà. Purtroppo molti viceversa si agitano, tentano di ripristinare ciò che nemmeno sanno definire con accuratezza. Senza simbologia, senza meditazione condivisa si daranno da fare, credendo infine di poter organizzare ciò che manca di senso e deve, secondo loro, proporsi di non averlo.” Concludendo “Non vedo che disastrosi inganni sulla via di chi esibisce con tracotanza l’assenza di significati.”

John Ruskin

Una riflessione critica affine al pensiero di John Ruskin “Tutto ciò che si può misurare e manipolare, dissezionare e dimostrare, in breve tutto ciò che è nel corpo soltanto, le scuole afferrano e ritraggono. Ma tutto ciò che non è misurabile, tangibile, divisibile, che è spirituale dunque, le scuole smarriscono e cancellano alla vista” individuando il solco di un agire creativo nel momento in cui “vogliamo invece che l’arte ci fermi ciò che è fuggevole, lumeggiando l’incomprensibile, incorporando le cose senza misura, immortalando quelle che non hanno durata… ciò che ha in se la potenza e lo spirito che l’uomo può attestare ma non pesare, concepire ma non capire, amare ma non limitare, immaginare ma non definire”

Nessuna credibilità senza una coscienza piena e matura dei contenuti immanenti che l’opera mette in essere nel mondo delle cose. L’architettura è *atto* etico, che ha a che vedere con l’aspirazione al bene e non con l’ambizione. Il momento creativo  riguarda il singolo colto nel momento di silenzio indicibile, silenzio siderale, estraniante, silenzio spirituale dal soglio del quale scaturisce un ispirazione *rotonda* perfetta che ha la potenza misteriosa di un atto archetipico e immanente.

Mircea Eliade

Come evidenzia Mircea Eliade, cio è possibile perchè “Ogni grande creatore riscopre certi simboli, senza saper niente di essi.(…) Nessun dubbio che questi simboli centrali siano “rivelati”; essi provengono da una zona extrarazionale, che possiamo o meno chiamare “inconscio” (visto che s’intendono moltissime cose con questa parola). Fatto sta che approfondendo e facendo luce sul simbolo centrale di un opera d’arte, ne facilitiamo la “comprensione” e il godimento, realizzando le condizioni migliori per una contemplazione estetica ideale. (La contemplazione estetica, del resto, non ha mai escluso, nei periodi d’oro della filosofia, lo studio della metafisica implicita nell’opera d’arte. Non esiste infatti opera d’arte che non sia solidale con un “principio”, quale che sia).


Falsi paradigmi comportamentali

Oggi coloro che hanno scelto di rappresentare la disciplina Architettonica all’interno del quadro collettivo e sociale, coloro per intenderci che hanno scelto di investire le loro energie al conseguimento di una riconoscibilità collettiva, che hanno dunque lavorato alla acquisizione di privilegi e potere, sono lontani anni luce da questa purezza di visione.

Sono forze portatrici di confusione, nei comportamenti e nelle progettualità messe in campo.

Come altrimenti riguardare alla drammatica parabola di alcuni che dall’essere considerati icone di scaltra intraprendenza si sono trasmutati in esempi radicalmente negativi. Come riguardare in questo alveo all’opportunismo degli altri che a questa furia sono scampati e che ora fanno quadrato e moralità, un tutt’uno che non so perchè pretende pena la sua stessa esistenza la nostra continua attenzione.
Ogni atto è reso pubblico pubblicato ripetuto. Nelle università, nelle competizioni, negli eventi, sulle riviste, nelle esposizioni, nelle tavole rotonde, in televisione, su internet.
Un focus continuo dal quale chiunque abbia amor proprio dovrebbe potersi proteggere, schermare.

Achille Funi. L'architetto Mario Chiattone

E’ qui che si dovrebbe ben lavorare.
Operare alacremente per sgonfiare, scardinare, per privare di ogni autorevolezza questo involucro contemporaneo che a livello collettivo definisce oggi la figura dell’Architetto, – nelle varie declinazioni disponibili sul mercato.

Solo una cecità dettata dalla confusione non coglie in questa istanza il vero ostacolo-moloch che ci divide dalla persona comune, dalla società civile in genere.
Farò un altro esempio:
Perchè dovrei trovare esemplare il comportamento violento di una persona che a livello collettivo è chiamato a rappresentarmi, una persona che finisce sulle prime pagine di tutti i quotidiani in virtù di un furore cieco e volgare? perchè dovrei prendere questo tipo di azione come esemplare in virtù dell’ eccentrica aura post-sessantottina che da questa azione si riverbera? pare anzi che a questa forma scomposta  dovrei forgiare la mia persona, considerarla come un modello comportamentale; per intenderci: prenderla a riferimento.


La fascinazione di una forza irresistibile

In questo senso trovo demagogiche le operazioni di facciata, – nel vero senso della parola- operazioni mediatiche che tendono semplicemente a moltiplicare le ribalte e non a introdurre ripensamenti che siano prima di tutto etici. Fioccano le *Feste dell’Architettura*, ormai sono come sagre di paese, e proprio come queste si distinguono le une dalle altre solo in virtù di una eterogenea saporialità territoriale e stagionale.

In queste manifestazioni si distinguono i singoli e le personalità gravitanti intorno a determinate orbite, come pianeti nel quadro di una movimentazione sistemica e controllata. Occasioni sprecate fin quando non andranno a fondersi con quelle territorialità altre, interiori, immanenti, simboliche.

Fin quando non si introdurranno “nuovi argomenti”, che sappiano liberarsi da questa assurda e controproducente istanza di comunicabilità del prodotto Architettura, che smettano di proporre una autoreferenzialità pornografica dell’Architetto, di questi bei volti ammiccanti in prima pagina che parlano il linguaggio dell’arrivismo e  dunque dell’esclusione.

Andare verso la filosofia, verso la psicologia, verso la cultura non popolare, non facilona, parlare di metafisica, di spiritualità, di etica, di bellezza compassione saggezza. Cose che nutrono il cuore, che fanno bene.

e non è colpa mia se esistono i carnefici e l’imbecillità e le panchine sono piene di gente che sta male”

Quando si capirà che questa cecità aumenta il disagio, il malessere, la sofferenza?
perchè accettare questo processo di azzeramento contenutistico?

A livello politico e culturale oggi ci si chiede di assumere un ruolo mortificante. Prenderò ancora in prestito una riflessione di Zolla per render chiaro il mio ragionamento ” La potenza di un inganno o il dolore di una percossa aprono le porte alla forza psichica altrui, che ci cattura e trasforma in larve. Allora è la massima sventura, quando abdichiamo al nostro per ammirare, amare, seguire accecati il destino e la volontà di chi ci abbia piegato e stregato, contenti di non essere, di non avere più diritto e niente” Dunque possiamo senz’altro soppesare tutti in gradi e temperature differenti quanto in Italia sia nella cultura (architettonica, ma anche artistica in genere) che nello scenario democratico viga e imperi “la fascinazione della forza irresistibile.” dunque si è “precipitati nella schiavitù”

Beyond Koolhaas

Beyond Rem Koolhaas


Verso una riformulazione complessa

Amo l’architettura, senz’altro o quanto meno capisco che è un amore che va rinnovato quotidianamente.
Oggi il tema della nuova ecologia, della sostenibilità, della gestione delle emergenze, del nomadismo, de l’habitat evolutivo  e last but non least: della densificazione delle metropoli italiane, per essere affrontati con la giusta consapevolezza e decisione debbono essere riformulati in modo sostanziale.
Sopratutto: questa riformulazione deve essere complessa e accettare la complessità come virtù connaturata. La riduzione contenutistica è il male peggiore che questi tempi hanno portato.

I poteri forti, le strutture mediatiche e logistiche hanno oggi una grande responsabilità, e senz’altro un opportunità importante. La multidisciplinarietà tanto praticata in questi anni e miraggio intravisto attraverso le iperboli inarrivabili dalle grandi stars dell’architettura – Koolhaas su tutti – e che ancora tanta presa ha nella formazione critica della mia generazione, va superata.

Questi modelli oggi attivi ritengo che non rappresentino più un alternativa valida all’eutanasia disciplinare o alla sua deriva in un professionismo acritico e geometrale.

Ci vuole una ricerca che sappia partire dall’interno, dal mistero condiviso a livello collettivo, di cui l’architettura da sempre costituisce una rappresentazione, essa stessa come permanenza nel mondo di questa immensa meraviglia che è la vita e la sua più profonda natura.

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  1. caro carlo, i tuoi ultimi testi sono dei “j’accuse” molto forti che mi ronzano nella testa, stimolandomi molte domande e poche risposte..
    allo stesso tempo autobiografici così come sofferti, dove emerge quell’antica verità di altri anni, per cui “il personale è politico”

    >> Mi capita di assistere con una certa frequenza a palesi manifestazioni di opportunismo e demagogia. Ciò che colgo è un atteggiamento ipocrita che sotto il velo di un vis filantropica ben argomentata rivela altresì il volto di un cruento bisogno di autoaffermazione. Mi domando se vi sia generale consapevolezza di tale inganno. E mi rispondo, soppesandomi, che no, che questa pericolosa ambivalenza non è che il risultato della confusione e dell’incertezza che domina questo tempo farraginoso e incerto.>>

    tra l’altro è buffo che i temi che poni si specchiano nello scenario politico italiano dove il tema se e quanto l’autonomia dei propri pensieri deve azzittirsi in nome di un’armonia governativa (fini vs. berlusconi), la riflessione è ancor più interessante, perché la domanda che continuamente ci facciamo è:
    aderire è la strada giusta?
    la propria indipendenza intellettuale ha senso o appare come un atto di egoismo?

    egoismo che tende all’eroismo sembra essere la giusta fuga..
    perché in fondo la strada verso il giusto è questione privata a meno di non auto assurgere a una dimensione di “giusto assoluto” (che fa un po’ paura)

    e tornando al tuo testo anch’io chiudo con koolhaas, modello sì ma dell’anti modello. ti riporto un piccolo passaggio di un suo testo “l’architettura” del 1985, che mi sembra pertinente, tratto dai testi a corredo dell’autobiografia electa a cura di jacques lucan, che fanno parte del testo “La splendeur terrifiante du XXe siècle”, pubblicato in “L’Architecture d’Aujourd’hui”, n. 238, 1985:
    “..La più squisita cortesia, manifestazioni di estrema civiltà, mascherano a stento la mancanza di un discorso reale, l’istrionismo dei dibattiti, il fatto che le discussioni sono sempre retoriche, le frecciate fiacche e superficiale il disaccordo. In un tale eccesso di buone maniere, l’unica via d’uscita consiste nell’abbandonare ogni comportamento ‘cool’ per ridiventare goffi, indigesti, appassionati. Soltanto l’ostinata denuncia delle spaventose condizioni in cui attualmente versa l’architettura – cui poco o nulla impedisce ormai di tramutarsi in un’autentica tragedia greca – può porre in luce il fatto paradossale che essere architetto equivale oggi a essere un eroe, e richiede doti di autentico coraggio: coraggio di alienarsi la clientela, di inimicarsi i protettori, di perdere l’ascolto dei politici – questo coraggio è indispensabile alla mitologia dell’architettura. Il nostro inconscio culturale esige dimostrazioni di eroismo, o quanto meno la prova dell’esistenza di certe cose essenziali che soltanto un architetto è in grado di compiere.”

    un abbraccio
    mattia

  2. Tutto sommato le note che lascio su questo sito possono essere anche viste come dei j’accuse , ma in questi termini: nella misura in cui si tratta di denunciare delle abitudini/automatismi individuali che ritengo controproducenti – in questo segmento esistenziale collettivo e personale.

    “antica verità di altri anni per cui il “personale è politico”

    Non so, il mio intento è terapeutico quindi direi antipolitico. Faccio un uso terapeutico della scrittura. Autobiografia.
    Il grafismo mette in luce le “cattive abitudini” (egoismo, avversione, ambizione, paura, chiusura….) che – è mia esperienza – trascurate hanno prodotto solo frutti amari.
    Sono a monte le “cattive abitudini” – dunque sono prima della politica – definiscono per contrasto il campo di un agire che vorrebbe essere il più possibile puro, limpido, giusto.
    Questa è etica. La motivazione che mi muove è questa. Aprirsi alla fiducia. In se stesso prima, verso gli altri poi.

    “Autonomia dei proprio pensieri deve azzittirsi in nome di un armonia governativa.”
    “La propria indipendenza intellettuale ha senso o appare come atto di egoismo?”
    “Aderire è la strada giusta?”
    Sono quesiti interessanti Mattia, in particolare mi stimola l’accento che poni sulla
    “propria indipendenza intellettuale” vissuta come “atto di egoismo”.

    Al momento non sento minacciata la mia indipendenza intellettuale, anzi a esser franco, non sento questo come un problema emergente, altresì sento la mia dimensione “intellettuale” come una concrezione che ho speso troppo tempo a costruire, a edificare.
    Credo che il problema del disagio e dell’isolamento che viviamo oggi, come architetti, come generazione, come biotipi, è direttamente proporzionale alla solidità che diamo al nostro “ego” intellettuale, professionale. E’ come un muro che mattone per mattone ci costruiamo torno torno per poi dividerci dalla vita reale.
    Qui forse è poi l’assist politico, perchè di fatto si rimprovera alla sinistra di non aderire più alla realtà, al momento presente.

    Dunque, se un bene hanno questi tempi piuttosto duri e selvatici è proprio questo, la precarietà di questo tempo liquido impone necessariamente, pena la propria sopravvivenza, una esplosione benefica dei concetti che ci definiscono, è un processo di de-condizionamento. Personale professionale (figlio di architetti, architetto anch’io pena la non accettazione, accademico, teorico, intellettuale, politico, benpensante….uff! Che peso immane da sostenere) e umano. Demolire questa concrezione non ha nulla di eroico o di pavido. Si tratta di un atto necessario. Rivoluzionario. Patriottico

    “architetto equivale oggi a essere un eroe, e richiede doti di autentico coraggio: coraggio di alienarsi la clientela, di inimicarsi i protettori, di perdere l’ascolto dei politici “

    Senti chi parla…Non so ma Koolhaas mi risulta sempre di più indigesto -così come i “maestri” in genere -, piuttosto tradizionale nelle riflessioni, novecentesco nella prosa: probabilmente non lo capisco e non ne sono all’altezza. Quella che mi riporti è una riflessione che mi lascia piuttosto rattristato in quanto mi pare equivalga ad una ammissione di impotenza, di resa (ma forse dovrei separare il media dal messaggio).

    Ti abbraccio e ringrazio per la generosa occasione di riflessione

    • FUCK KOOLHAAS!
      figurati se non ti seguo
      il suo stranoto “tomone autobiografico (ritorna)” S,M,L,XL inizia così
      (la prima riga dell’introduzione)
      “architecture is a hazardous mixture of omnipotence and impotence”
      omnipotenza e impotenza, per l’appunto.. ma sti cazzi

      a parte i rimandi che mi suscitano le stesse tue parole in testi di un architetto che conosco bene, mandiamolo pure a farsi fottere sto koolhaas, così come lui fece con il contesto (fuck the contest)

      figurati l’emancipazione dai propri padri (genetici, architetti o meno che siano) deve poi proseguire anche per i “padri spirituali” i riferimenti di anni di studio..
      tra l’altro l’interesse per koolhaas vale quanto la nausea che il copy&paste che noi architetti (not being koolhaas) abbiamo fatto dei suoi lavori, esprimendo molto poco coraggio e molta poca capacità

      decondizionamoci! dekoolhaasiamoci! deglobalizziamoci!

      wow

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