carlo prati

Perchè consegnare un concorso e accettare il Mistero

In SCRITTI on 14 aprile 2010 at 3:50 pm

So che non è molto corretto, prendere parte a una riflessione senza aver prima dedicato del tempo al suo dipanarsi, al suo dispiegarsi. Ho visto che sul blog del caro Darò si sono scomodati colleghi e amici che stimo, per indentrarsi nell’ambito di una riflessione, che è senz’altro importante, ma che – è un impressione superficiale – forse rischia di ricadere in una contrapposizione nemmeno troppo velata tra “scuole” e “fazioni”.

Se quindi un contributo posso portare, è solo di tipo sperimentale, emozionale, dispiegante.

Bene, non credo occorra riassumere le tappe che sostanziano il vissuto di ricerca e lavoro, che per noi è senz’altro connesso in massima parte ai concorsi di architettura. Il tema del “concorso” è un tema connaturato alla interpretazione tradizionale dell’architetto come esploratore, come ricercatore immerso nei meandri di un agire poetico, che disvela ai più il confine labile tra passato e futuro. Ovvio dunque che i padri, i figli, gli emuli, i ricercatori, si sentano stimolati a lavorare in questa direzione nutrendo aspettative che spesso esulano dal semplice contesto professionale per sfumare in un periglioso territorio a cavallo tra psicoanalisi e farmacopea tradizionale.

Mi scuseranno dunque i miei amici, se trascendo dal tono scientifico e puntuale, se cerco di mettere i miei piedi in stabile contatto con il terreno su cui poggiano.
Risparmierò dunque l’esegesi individuale per concentrarmi in modo sintetico e schietto sullo specifico del concorso Ater.

Cosa ci spinge a affrontare un moloch progettuale qual quello in esame? Come si può vedere dai risultati attualmente on line a questo indirizzo, noi (c.a.c.p. studio/Cecilia Anselmi Carlo Prati architetti, con Padoak Studio Caterina Padoa Schioppa architetto, in collaborazione con un nutrito staff di consulenti e collaboratori) il concorso lo abbiamo fatto e pur rimanendo perplessi sull’esito conclusivo del tutto, siamo comunque consapevoli di stare sviluppando – in accordo con lo studio di esempi e casistiche oggi in fieri nel resto del mondo [di cui il libro “Upgrade Architecture” costituisce l’attuale compendio] – un tema ed un percorso di ricerca che può ingaggiare una sano confronto con la realtà attuale non solo a livello disciplinare ma altresì su un piano più ampio di condivisione e possibilità di critica operante.

Non mi risulta, ad oggi, che ci siano state altre occasioni in tal senso. E dunque devo dare atto agli organizzatori del concorso della lungimiranza dimostrata in questa occasione e seppur potrebbe affacciarsi il pensiero di una certa debolezza rispetto alla semina dei risultati – la predominanza degli spagnoli, e la presenza di Nieto in giuria – credo che ciò non giovi, ne a livello individuale ne transpersonale.

Oggi c’è bisogno di unità e fiducia. Non ripetiamo pratiche di autoaffermazione che tendono a costruire barriere e enclaves, le università sono piene di queste micro-calcificazioni, di queste cristallizzazioni che lavorano per stutture di riflessione omologanti e trite.
Tornare nella strada, era uno slogan del 68′ francese che sento molto vicino.

Tradurre questo portato nella reale capacità di uscire dai ghetti che anche noi della nostra generazione ci stiamo creando, risentendo – inevitabilmente, perchè frequentanti ambiti e personalità ritorte e inaridite – delle esperienze narrate dai nostri padri, ripetute dai maestri, decantate dai nostri protettori; tutto ciò che ci circonda ci condiziona, tutto quello che nutriamo, giorno dopo giorno diventiamo noi stessi, la nostra proiezione esterna.

Il valore di una persona è nei pensieri che coltiva, è quindi importante stabilire un processo di “allontanamento” di “disincanto” da ciò che impariamo a riconoscere come deleterio e deteriore.

I concorsi almeno sono una traduzione piuttosto bislacca della attuale realtà italiana, dove diventiamo imprenditori e ci assumiamo personalmente oneri e rischi, ciò vuol dire che siamo più liberi, decondizionati e esercitiamo un potere creativo il cui risultato non sta solo nel vincere, ma nella crescita personale e interiore. L’università oggi non ci apre a queste possibilità, ci chiede appunto di omologarci e annichilirci. Tra le due credo sia meglio la prima strada, dato che altre alternative sperimentali non mi sembra si stiano dando all’intorno.

Ecco quello che auspico e auguro a tutti noi, ragazzi, di “decondizionarci” di sviluppare la capacità di vedere quando autolimitiamo la nostra libertà operativa e creativa ripercorrendo automaticamente atteggiamenti o modalità relazionali che non collaborano alla crescita di un unità di intenti e progettualità. Vi abbraccio.

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