carlo prati

Furia Cecla

In SCRITTI on 23 luglio 2010 at 2:01 pm

sulla lettura di Franco La Cecla, Contro l’architettura, Bollati Boringhieri, Milano 2008

Credo che il pensiero di La Cecla emerga in modo contraddittorio, sollevando quanto meno un dubbio di coerenza:  come convivono atteggiamento ecumenico-sensibilista e tensione punitivo-pedagogica che sembrano pervadere l’intero libro?
Io dico che seppure si venga toccati in modo simpatetico dalle sferzanti argomentazioni dell’autore, evidenziare il rapporto di causa-effetto tra Architettura e crisi globale sia retorico riduttivo e velatemente strumentale. Vorrei dunque indentrarmi nel testo per condividere e approfondire queste e altre riflessioni. Mi corre l’obbligo di una premessa iniziale: da quando ho cominciato a approfondire e affinare la formazione, credo di aver orientato il mio incedere alla volta di una chiarificazione motivazionale complessiva. E’ emerso nel tempo (da “Inconscio e archetipi della natura: Itinerario Svizzero, “Jean Nouvel” fino al recente “Upgrade architecture” con Cecilia Anselmi) un bisogno che sintetizzo come costruzione di un identità consapevole, che possa essere sincronicamente culturale civile e professionale.
Vivere per sperimentare questa temporalità ritorta è dunque atto necessario, congenito e imprescindibile; un buon architetto (un buon operaio, un buon barista, un buon agricoltore, un buon padre….) sa interrogare e ascoltare, se stesso come gli altri: il contesto – politico e sociale – è condiviso con la società civile -tutta senza distinguo-, e così le emergenze che sperimentiamo come parte operante di questa totalità.

Di quale architettura ci parla dunque La Cecla? di quali architetti?

Alle Archistar è destinato il primo e ultimo colpo. Un bersaglio senza distinguo. Uno sparo nel mucchio. Nouvel e Fuksas, Piano e Aymonino, Koolhaas e Calatrava, Purini e Gregotti…
Confesso che tali generalizzazioni mi perturbano. Perchè seppure “politicamente corrette” hanno un retrogusto amaro, che le approssima alla vulgata pubblicitaria e alla semplicistica riduzione di contenuto oggi dilagante in Italia. Un capoverso mi ha sollecitato più degli altri in tal senso, in cui l’autore stabilisce un analogia tra Fuksas e Mies, Fuksas si richiude

Nell’alibi di non avere alcuna responsabilità, di essere un umile artista, un artigiano che potrà al massimo dire: “lasciamo i problemi a quelli che dovrebbero gestirli”. D’altro canto non era questa la risposta che dava Mies van der Rohe, in avanzato nazismo, a chi lo criticava di essere un collaborazionista? “ Gli artisti hanno sempre lavorato per i potenti, perchè stupirsi?”. Pochi ricordano che Mies garantì al nazismo la riapertura di un Bauhaus ripulito dagli elementi infestanti ebraici, e che quando decise di abbandonare la Germania per gli Stati Uniti lo fece soltanto perchè aveva perduto il concorso per la ricostruzione di Berlino che il Fuhrer aveva deciso di assegnare all’amichetto Albert Speer.”

Non sembra operarsi distinzione tra architetto e architetto ma sopratutto tra biografia e opera, al contrario è proprio in questa osmosi dal sapore delatorio che il testo trova, almeno sembra, il suo costrutto

L’architettura diventa tessuto, trama, perde la sua concretezza volumetrica, si rarefà, Jean Nouvel promette superfici leggere, vetrate impalpabili, come per dire che l’architettura è bidimensionale, che deve tutta entrare nelle pagine patinate delle riviste. Frannk Gehry entra nel suo studio, appollottola un foglio di carta e dice ai suoi fedeli realizzatori in cad: voglio quello. Così vaporizza l’architettura, la rende cipolla e suggerisce che il packaging è molto più importante del prodotto”

Chiuso. Stop. Giudizio inappellabile. Blindato. In conclusione mentre gli architetti sono degli inguaribili flaneur filonazisti il mondo è alle soglie della catastrofe.

tutto ciò ha ben poco a che fare con le questioni in gioco, con le vere “global issues”, con le faccende serie di invivibilità delle città, di esaurimento delle risorse, di surriscaldamento del pianeta. Gli architetti sono completamente presi dai propri alibi, mentre la nave affonda, loro che una volta avevano il competenze di carpenteria oggi si occupano di tappezzeria”

Chi scrive ritiene – in virtù delle ricerche e dei progetti maturati – che il lavoro di Nouvel abbia ben altro portato, che il rapporto spirituale proposto da Mies rispetto alla costruzione sia un ancòra alla deriva etica dei nostri giorni (“Dio è nel dettaglio”), che la pratica sviluppata in contensti locali (la Svizzera per un affezione specifica) sia un incoraggiante segnale da cogliere con ottimismo, che il tema proposto con upgrade architecture sia oggi un terreno importante di sperimentazione per le generazioni di progettisti in campo, un “tema” in cui far confluire maturazione culturale (il rapporto con l’eredità, l’analogia) e professionale (eh si, perchè no? Nouvel come riferimento). In Italia più che altrove.

Ma La Cecla sigilla la lapide a futura memoria, oggi non c’è futuro.

Venezia come gran parte delle facoltà italiane offre genietti incapaci di sentire con i propri piedi il contesto in cui dovranno operare.”

e poco oltre

produciamo frustrati che continuano a perpetuare pratiche di autoerotismo di fronte a una città che richiederebbe invece una forte attitudine al confronto diretto.”

I figli degli uomini. Ecco, credo che siamo al punto di questa critica che vorrei fosse costruttiva e scevra di facili e banali polemiche da pollaio. Un intellettuale quale La Cecla ha il dovere di incoraggiare, stimolare e restituire fiducia. E che questa sia una intenzione poco rintracciabile nel libro “Contro l’architettura”par cosa ovvia; si prenda ad esempio il puritano invito alla

rieducazione degli architetti stessi, affinchè essi siano capaci di dire addio all’architettura per quello che oggi rappresenta, e di inventarsi una capacità vera di intervento sul reale, sul bene della comunità e della città”

Sono belle parole, che però non indicano direzioni, si guardano bene dall’affrontare la complessità e quindi fanno leva sul timbro apodittico – difettando di contenuti reali.  E la conclusione, credo possa confermare la contraddittoria natura edonistica del testo. Ciò che si dovrebbe fare è

inventare una nuova competenza, una disciplina attenta, vivace, profonda, quella dei sopralluoghisti, dei conoscitori delle forme di vita e dei tipi di abitare, dei visionari concreti, scienziati dell’umano che non si permettono di sentirsi superiori a esso come ogni stupido piccolo artista di provincia.”

Rimango dunque affascinato ma stordito, il sopralluoghista è un eroe neoromantico e scapigliato? Il conoscitore di forme di vita, pratica la vivisezione ed è un fan dei Blue Vertigo? e il visionario concreto, è forse una furba interpolazione della “concreta utopia” di Ernst Bloch o cos’altro? E se magari fossi uno stupido e pergiunta piccolo artista di provincia, come dovrei regolarmi, anelare al suicidio o prendere il primo volo per New York e rifarmi una vita?

Giunto al termine della lettura di questo pamphlet, – che non a caso ha avuto molto seguito e rilancio mediatico – sento rinvigorirsi le ragioni della mia ricerca, il bisogno di un orizzonte fatto di ottimismo e speranza. Molto c’è da dire e da fare affinchè in Italia possa ricostruirsi una “convivialità” culturale, che presupponga il dono, e dunque l’incontro, il rispetto e la condivisione attiva.
Le parole sono importanti. In un momento storico non dissimile da quello attuale in piena depressione il presidente americano Roosevelt proclamò saggiamente

«L’unica cosa di cui dobbiamo avere paura è la paura stessa»


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  1. Concordo con la tua opinione! Il testo di La Cecla ha il grande difetto del pressapochismo: un problema grave, perché i propositi del suo progetto sono condivisibili e soprattutto sentiti. L’inadeguatezza delle scuole di architettura, un certo laissez-faire delle amministrazioni, la distruzione del paesaggio e delle identità locali. Peccato però che i manufatti edili progettati da architetti non superi il 5% sul territorio europeo, 2% se si considera quello mndiale, e di certo questa percentuale non è colmata da architetti internazionale. Sapara un buon colpo, ma fallendo il bersaglio. O forse sarebbe stato troppo scontato scrivere un libro contro la libertà lasciata ai vari Ligresti&co…

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