carlo prati

Il mio nome è Gump

In SCRITTI on 10 settembre 2010 at 12:27 pm


Motivazione che muove alla condivisione. Mestiere che muove verso un utilità collettiva. Fare che si limita a offrire una prestazione ottimale, una risposta a un problema contingente. Fare per evitare le trappole dell’essere. Esprimere queste riflessioni solo per la chiarezza che cercano di esprimere. Fare senza essere, per sottrarsi alle innumerevoli trappole dell’essere. Il quartiere popolare la festa lo stare in cerchio bevendo del vino e guardandosi negli occhi, ridere e scherzare, il non avere paura, l’ascolto, imprevendibile, non calcolato, inaspettato incanto.

Parliamo del nostro tempo deviante, che offre il fianco alla frustrazione alla sfiducia all’autocritica alla debolezza e al disagio. Un tempo in cui professarsi qualcosa di specifico equivale a un suicidio. Un tempo così liquido e sfuggente che impedisce e contrasta qualsiasi modalità di autoaffermazione. Quel “io sono” qualcosa, un architetto per esempio, ma anche “io sono” un attore, un medico, un poeta, un pittore, un meccanico… Questo sto imparando qui e ora, grazie alla visione di compagni che nel cammino si muovono con movimenti sincronici, perchè e bene ricordarlo: siamo tutti uguali siamo tutti costituiti dalla stessa materialità plasmati nello stesso fango. Sia i ricchi che i poveri, sia gli alti che i bassi, sia i famosi sia i falliti, quelli che hanno troppe cose da fare, cosi tante cose che scordano gli affetti più prossimi, quelli che dimenticano e che nel percorso si lasciano trascinare da una presunta capacità di controllo e quelli che stanno con le mani in mano, parassiti o saggi.

Ma questa presunzione sembra essere messa continuamente alla prova dalla vita, che si fa beffe della nostra sicurezza, della nostra idea di controllo. Tempi così indeterminati ci costringono a tenerci ben saldi agli appositi sostegni, perchè si cade facile, i nostri amici, i nostri amori i nostri affetti ci cadono intorno negli urti, negli strattoni continui, noi stessi ci ritroviamo a mezz’aria in procinto di franare sul prossimo.È una carrozza della metropolitana che corre è non fa più nessuna fermata, siamo tutti li, stipati, tutti noi che viviamo insieme per un attimo questo segmento di tempo sghembo, tu che mi leggi, io che scrivo lui che guarda o lei che passa oltre con nonchalance.Io che se mi dico “scrittore” perchè lo penso possibile o perchè me lo fanno credere sono subito messo alle corde da questa etichetta, perchè dovrei comportarmi come tu vorresti e scrivere secondo idealizzazioni fortuite e casuali. E cosi se mi dico “architetto” tutto dovrebbe volgere secondo uno schema determinato, fatto di stereotipi e consuetudini sia individuali che collettive. E se poi questo schema, questa aspettativa non viene soddisfatta dagli eventi dalla vita allora gli amici cadono intorno, e si sente il rumore di ossa che erompono nell’urto.


Una carrozza della metropolitana in cui siamo tutti stipati, una carrozza della metropolitana che non effettua più fermate, dove o ci mettiamo nella predisposizione d’animo che siamo tutti li pressati e interconnessi oppure siamo destinati alla disfatta.

Allora perchè continuamente ricordare a noi stessi che non ce nulla da fare che le cose sono cosi come sono e che non cambieranno che non ci sono opportunità che ce la crisi che non ce lavoro e non ci sono soldi, che quelli sono biechi e quegli altri sono nobili, che c’è un cattivo e un buono che c’è un traguardo da raggiungere, un limite da sopravanzare, e che sopratutto che questo non sia mai qui, ci sfugga sempre, come esseri e come comunità. Come città e come nazione. A che serve questa litania, continua dissipante come la goccia che insiste sempre nello stesso punto, che scava la roccia, o il martello che percuote il legno e diventa nella consuzione l’insegnamento.
Io faccio. Non sono.
E anche se non ho modo di fare, posso oziare nella certezza che non esiste tempo sprecato, che non esiste tempo buttato e perso. Un epoca così superficiale porta a una interpretazione superficiale anche del fare. Come architetto posso farmi osservatore, posso aspettare del tempo, lasciando che una giornata si consumi dal tramonto all’alba, a Tor Bella magari, ascoltando o semplicemente sedendo in un bar. Senza pretese. Senza aspettative, perchè “sono” architetto oppure “sono” un sopralluoghista, e in quanto “sono” dovrebbe arridermi la soluzione in forma chiara e luminescente eterea e rotonda. E poi dovrei anche comunicartela questa soluzione, dimodochè tu possa prendere nota della mia straordinarietà.

E continuando su questa strada sarei convinto di avere una fermata a cui scendere, una fermata tutta per me, un punto a cui arrivare, un luogo di separazione e esaltazione individuale.

Ma per fortuna che questa storia non funziona, non attacca perchè la trama è sfaldata dubbia incerta. Amici non abbiamo fermate intermedie a cui aggrapparci. Questa è una buona notizia. Procediamo insieme senza sapere nulla di quello che ci aspetta. Questa è una buona notizia.

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