carlo prati

double biomilano

In ARCHITETTURA on 8 febbraio 2011 at 2:56 pm

Alcune considerazioni a margine dell’inaugurazione della mostra “biomilano” sulle recenti ricerche di Stefano Boeri. La mostra è visitabile fino al 28 Febbraio presso l’Accademia Britannica di Roma.

Le riflessioni che vorrei estendervi scaturiscono dalla conferenza tenuta da Boeri e sopratutto dal piccolo dibattito che ha questa si è succeduto tra lo stesso, Pippo Ciorra e Reinier de Graaf..

Le questioni sul piatto credo siano cruciali in modo particolare per i rapporti che attualmente intercorrono tra le generazioni in campo e di conseguenza sulle prospettive e gli orizzonti di sviluppo che oggi l’architettura può assumere per noi.

L’elemento che ha suscitato il mio interesse è stato, – piuttosto che forma modi e contenuto del lavoro di Boeri – la relazione che con questo viene stabilita da parte di personalità a esso affini in termini casuali. In parole povere dai colleghi della sua generazione, quella a cavallo tra i 50 e i 60 anni. Si tratta di un segmento particolare, che già Franco Purini, prendendo in analisi le genealogie oggi operanti ha ritenuto essere colpevole di un “abiura” operata nei confronti dei maestri.

Un segmento che si trova necessariamente a essere “dominante” in termini biologici appunto e dunque per operatività e presenza – sia nel dibattito critico che in ambiente accademico e professionale.

La conversazione di ieri sera ha assunto l’aspetto di un dialogo a due tra Pippo Ciorra e Stefano Boeri, un dialogo che pur rimanendo nel solco di un impeccabile understatement lasciava sottotraccia presagire il fluire di un inquietudine più profonda.

Un inquietudine che vorrei cercare di mettere a fuoco con maggiore chiarezza.

Su tutto questo ovviamente vi è un tema epocale: il tema può essere sintetizzato in molti modi, può essere espresso in molte modalità, ma nessuna restituirebbe in modo efficace la reale emergenza che questo cerca di porre all’attenzione degli intellettuali.

Credo si possa dire che è nello spirito di una piena consapevolezza dei nostri tempi la trasversalità di ricerche e esperienze, volte nel complesso a lavorare a favore e verso un mantenimento della condizioni che possono garantire lo sviluppo e il mantenimento futuro della vita su questo pianeta.

Sembra fantascienza vero? lo è già

Allora, come si pone oggi la generazione dominante, la generazione che – temporaneamente – è attiva e in grado di operare scelte autorevoli e condivise?

Direi che esprime una forte dicotomia, una discrepanza.

Da un lato – è la posizione espressa da Pippo Ciorra – c’è forte scetticismo verso i temi della sostenibilità che molto spesso sono considerati retorici e fuori luogo. Importanti questo senz’altro, ma non abbastanza da essere determinanti nelle scelte legislative collettive, nella scelte individuali e sopratutto disciplinari. Dall’altro il suo contrario incarnato dal progetto Biomilano, una città che si autorigenera aumentando superfici vegetali e biodiversità.

Si è detto iersera che l’Italia dei comuni rappresenta di già il paradigma biologico e di eterogeneità che Boeri ha posto come uno degli elementi del dibattito.

Si è detto che in fondo oggi siamo già in una situazione a alto impatto ecologico e di equilibrio tra questo e il territorio antropizzato. Si è posto l’accento sulla perturbante prospettiva di una “eutanasia” del progetto che questa tendenza rischia di imporre al lavoro dell’architetto:

Che fine faranno gli architetti? Immagino i biologi che si stiano chiedendo se sono meglio le case a schiera o in linea….

Bene. Questa posizione presenta alcune contraddizioni che esaltano le forti divergenze e incertezze che caratterizzano alcuni settori della generazione degli architetti italiani nel pieno della maturità (sotto i 50 anni)

La posizione di Ciorra – che credo contraddistingua un ampio numero di architetti della sua generazione appunto – si configura come una posizione di retroguardia se posta nel quadro della ricerca di Stefano Boeri.

Evidenzia ancora una forte – ma forse inconsapevole – affezione, attaccamento verso il dogmatismo ideologico di stampo marxista, un elemento provocatorio-dissacrante sopratutto verso temi che pongono l’etica e le sue sfide al centro della riflessione contemporanea.

A me pare che sia questo lascito ideologico – non ancora superato – a identificare l’etica con la morale e dunque a svuotarla di senso e dignità rendendola al contrario uno sterile esercizio beghino.

In particolar è un certo mondo accademico a essere scettico verso questa modalità che porta a far collidere fattori e ricerche che sono trasversali alle discipline. Voglio dire, se il lavoro che Stefano Boeri sta portando avanti può avere delle qualità esse risiedono sicuramente in una specifica capacità di lettura e interpretazione del presente. E sopratutto di poterlo inquadrare con credibilità nell’orizzonte disciplinare. Questo è infatti pulviscolare, può infatti essere espresso dall’immagine simbolo della “nuvola”, in cui tutto converge (l’economia, la botanica, la tecnologia, la letteratura, la poesia, la scienza, la psicologia, l’etologia, l’architettura…) e si perde.

Mi viene in mente Gregory Bateson, la sua “ecologia della mente” come tentativo difficoltoso di stabilire una nuova scienza, una scienza “aperta” pronta a mettersi in continua discussione e in grado di accettare l’impermanenza quale caratteristica centrale della sua esistenza.

Questo penso mi possa essere d’aiuto come progettista, vedere una possibilità di applicazione del progetto mentre tenta di rispondere a i temi che ci stanno più a cuore innanzitutto come individui, come umani.

Sembra fantascienza vero? lo è già.

Ecco perchè mi sono un po stupito iersera, perchè in fondo non mi aspettavo di vedere una contrapposizione su i temi posti da Biomilano tra due architetti così simili in fondo, per percorso e per attitudine.

un educata divergenza che poneva uno studioso e intellettuale per il quale ho affezione e stima come Pippo Ciorra, – attivo nel rinnovare e aprire la cultura italiana del progetto verso l’esterno – apparentemente in una posizione di scettica retroguardia – che sembra reiterare il vecchio e inconciliabile contrasto tra professionismo e accademismo – rispetto a quella più attuale incarnata in modo credibile da Stefano Boeri.

In conclusione ieri si è messa in scena – secondo una declinazione legata alle circostanze culturali specifiche – la contraddizione che pervade il momento storico che stiamo vivendo “crepuscolo o rinascita della morale.”

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  1. […] This post was mentioned on Twitter by carlo prati, carlo prati. carlo prati said: double biomilano http://bit.ly/ibdNOY Le riflessioni dalla conferenza di Boeri e dal dibattito con Pippo Ciorra e ReinierdeGraaf.. […]

  2. Caro Carlo,
    la “retroguardia” è una condizione scelta e difesa da quasi tutta l’ambiente disciplinare, che sia accademico o professionale. Una specie di declinazione all’amatriciana del “regionalismo” di Frampton, che serve a mettere una patina stanca alle carenze teoriche, critiche e tecniche dell’ambiente.
    Ma sopratutto critiche, come quelle di Purini, che non perde occasione per accusare le generazioni successive di pavidità, abiura dei maestri, decadenza. Cioè, tanto il Maestro che l’ottimo Ciorra in fin dei conti ritirano fuori sempre una “tradizione del Nuovo” abbastanza ridicola, poiché coincide con le loro biografie.
    Quindi, che dire? Secondo me stiamo solo vivendo il normale passaggio di chi da avanguardista difende le sue conquiste, ammesso che le abbiamo mai fatte….
    Ale

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