carlo prati

Festen + Vittorio greetings card

In SCRITTI on 22 dicembre 2011 at 3:39 pm


Dicembre 2011, esce  in tutte le librerie:  “Enciclopedia universale del sapere umano“, di Francesco Zardo con le illustrazioni di Carlo Prati, ed. Cooper / Banda larga

Come piccolo cadeau natalizio pubblico e condivido un circoscritto numero di ricordi che mi legano a Venezia, Napoli e Roma, città che associo a questo periodo dell’anno


FESTEN

Venezia:
La nebbia ed il lento ondeggiare del vaporino che da piazzale Roma porta al Lido. Un viaggio magico e conturbante, nell’aria fredda di Dicembre il profumo delle alghe sottozero che tutto pervade – Josif ha sferzato d’inchiostro la pagina celeste – il dialetto che si percepisce come di molare – Savinio ha interpretato il fonema padano – il rombo costante del motore del diretto ed il grido dell’omino dell’Actv: Santa Marta! Accademia! Rialto!


Dalla lattiginosa coltre affiora solo qualche capitello, qualche trifora qualche putto della Salute costruita nel 1630 dal Longhena per scongiurare future epidemie lagunari, decadimento e sfarzo sfacelo decomposizione e carnevale. Feste farina e forca come a Napoli Zio Vittorio. Dopo il canale della giudecca lo sguardo comincia a tornare tridimensionale. Si stringevano ai padri i figli entrambi tornando a casa per la notte di natale. L’imbarcadero del Lido si comincia a vedere appena superata la fermata di San Marco e Riva Schiavon.

La notte il Lido si individua dalla scritta luminosa bicolore ed immensa che campeggia sul tetto dell’albergo Belvedere: “Campari” la scritta campari misura le distanze come il grido percepito di tanto in tanto sostando nella spiaggia solitaria di San Nicoletto, durante le ripetute gite al faro ed ai Bunker della seconda guerra mondiale. Separati ormai solo da un piccolo lembo di mare i tre uomini s’aspettano l’un l’altro il padre che attende nella ampia e luminosa casa in via Da Riva il padre che ritorna ed il figlio che s’apressa alla vita. Soli.

Nella stube si consumano le pietanze mentre i ricordi vanno e vengono e si beve si beve molto quel buon vino che si acquista alla mescita in Via Lepanto proprio prima di Rizzo il fornaio. Merlot Tocai Refosco talvolta e poi al dolce che potrebbe presumibilmente essere Gubana si passa al carpenè: ed i tre uomini ora ridono e si immedesimano nel cuore l’uno dell’altro come dire vi si affacciano riscaldati e rinfrancati finalmente dal etilico rossore che scorre come un fiume tra brocche e bicchieri

– gli ultimi baccarà. S’andrà a Rialto l’indomani, al mercato del pesce: da lì i tre confluiranno nel fiume umano che corre stereometrico al salnitro salmastro della laguna, dove il laterizio pulviscolare dei frari si mischia alle polveri dei travertini dei San Rocco agli Chanel delle signore impellicciate ed ai fumi dei toscani che eruttano dai loden comprati tra la Pusteria e Cortina. Talvolta si bestemmierà perché talvolta è cosi’ che tra loro fanno gli uomini, come per riscaldarsi. Il Mascheron, i Quattro feri il bar Rosso Campo Santa Margherita il Volto e poi, il ritorno, di nuovo quel viaggio di ritorno, verso il Lido è sempre un eterno viaggio di ritorno.

Ed è qui che il tempo poi si ferma ed assume carattere archetipico circolare corale e simbolico: come in un limbo immaginario ci sono ombre solitarie che si posano ed aleggiano tra i viali deserti delimitati dagli alberghi fine secolo nell’umido che sale dal mare che filtra dai platani e dalle sterpaglie, il vapore che la terra riemette nella notte e avvolge i pochi passanti in spirali luminose che sembra talvolta Antonio Bay, quella di Fog, quella di Carpenter il sommo Carpenter.

 

 

 

Roma:
Traffico e lamiere sguardi che s’arronzano dai finestrini tra i fumi degli scappamenti e delle MS. Malessere che serpeggia come di corridore che corre ma ormai travalica la meta, corridore che evita gli ostacoli e scavalca alla ricerca di un ultimo regalo di un ultimo guadagno di un elevato tasso di divertimento di gioia di realizzazione effimera.

 

 

Corre un intera città, verso i negozi verso l’ufficio verso il parlamento verso il Quirinale verso l’Eur verso la metropolitana verso i ministeri ed i negozi. Corre un intera città dentro taxi in cui si levano le fiaccole di alleanza nazionale ed i pugni di forza nuova. Corre un intera città al Bolognese o da g’usto dove c’è la gente che vuole contare e smettere di correre, dove si accalcano i lifting deambulanti le tette rifatte e le gregoracie muscarie, mentre fuori aspettano con lo sguardo da mastino gli autisti che fumano sigarette molteplici e lanciano sguardi traversi da rayban agghiaccianti a goccia.

Il natale di Roma è una corsa anche quando le macchine una volta preso il sopravvento sui corpi si fermano staticizzando la toponomastica in una cretto di carbonio come Han il Solo di guerre stellari sul sistema Degoba. E sono bambini che ritornano da scuola con le tate che vengono dall’oltre cortina perché i genitori sono troppo impegnati a correre, con cui passano tempi oblunghi , i bambini, sempre aspettando il corridore che poi tornerà. Ed i Bambini che tornano da scuola affrontano stò mare quà fatto di automobili che puzzano e suonano, fatto di motorizzati non più umani ma motorizzaticatodici che escono dagli abitacoli sbattendo le portiere come di Bettarini in Roberto Cavalli o come di Berlusconi in Briatore. Ed i figli osservano mentre i genitori corrono per guadagnare dei soldi che poi cosi’ fanno girare il mondo e si appartengono si consolidano.

Ed è quindi Natale ed i commercianti si appostano sul ciglio dei negozi con un sorriso sforzato e poco convincente che lascia trasparire un ideale di umanità prossimo alla crisi alla rottura alla fusione al decotto. Sono in sostanza umani e corpi inabitati non più avvezzi alla solidarietà al perdono all’amicizia alla gioia che invano tentano di stimolarsi di rinsavirsi. E dunque questo sarebbe il Natale di Roma, quello apparente percepibile che però magari è come la temperatura che quella percepità è diversa.

 

 

Napoli:
Il calore della famiglia nella meravigliosa casa borghese, poco più in là della villa dell’armatore quello famoso, che si presentò alle elezioni, quello di destra che comprava gli elettori ad uno ad uno quello che – si sa – mise le mani sulla città. La casa dei nonni è un attico ampio e luminoso incastonato come una corona sulla vetta di un edificio dei primi anni 70, costruito a rigore nel pieno rispetto di tutte le norme edilizie vigenti: il massimo in quanto ad igiene comfort sicurezza e certamente, eleganza. Dal terrazzo si vede il mare, basta portare lo sguardo poco oltre gli ultimi vicoli che scendono a riviera, verso Via Caracciolo.

In basso, ò vascio, gli sguardi che dal terrazzo scivolano e cadono tra i tetti ed i plumbei lastroni di ardesia che lastricano la strada lo comprendono e dominano. Così il nonno comprendeva e dominava Napoli. Il cenone a base di pesce con i vermicelli alle vongole sgusciate iniziava solenne dopo il primo squillo di campanella, il suono delle zampogne nell’etere dorato tra i Tiziano i Rubens e le maioliche di capodimonte ed il presepe: te piace o’ presepe? un evergreen eppure quello era il presepe più bello mai visto, con i pastori presi a San Gregorio e l’acqua che davvero zampillava dalle pendici dei monti in cartapesta fino alla grotta dove alla mezza si palesava il rubicondo bambinello: è nato! è nato! La televisione nel salotto buono, la voce di Bruno Vespa per il telegiornale delle 20.00, servizi con la Carrà, la Parisi, Corrado.

Auguri auguri auguri! ed Enzo Paolo Turci ballava negli studi scintillanti di via Teulada -quando la sua discinta e prosperosa carmen era dilà da venire. I tardi anni 70, ed il cenone che inizia, ed inizia officiato da Carmela che vestita di un grembiule d’ordinanza carta da zucchero, la leggera peluria a mo’ di barba ed i baffi appena accennati, serve con dovizia ed amorevole rispetto i famosi vermicelli o quello che di essi emerge dall’oceano di pummarola densa e abitata da piccole vongole del golfo.

Fratelli padri amici mogli amanti figli e nipoti, monsignori ed ingegneri giornalisti ed attori, tutti raccolti intorno alla tavola imbandita a festa, sulla quale si avvicenderanno d’ora innanzi capitoni fritti in umido insalate di rinforzo pizze di scarola struffoli torroni dolci d’ogni tipo liquori vini di gragnano datteri noci. Poi nella piena estasi del cibo e dello sfarzo coccolati dai suoni delle canzoni di natale dai cori delle voci bianche si cominceranno ad aprire i regali: la pista polistil a forma di 8 striminzito che si guida aumentando la velocità al rinserrarsi del pollice sopra il rozzo calcio ergonomico di plastica rossa, c’è il pupazzone di daltanius e di jeeg robot ad altezza bimbo che s’infiamma agli sguardi trasognati dei futuri proprietari, ed il meraviglioso Uomo Ragno che zompa – letteralmente – da un mobile all’altro: quale mirabile prodigio!

Ai grandi perlopiù toccano agende sciarpe, qualche golf e alle rispettive signore gioielli di lusso spille collane parure: che sfarzo in quella napoli milionaria e tradizionalista di fine anni 70 quando nell’aria c’era la nobiltà di Eduardo e la scienza del Sansevero

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  1. Intanto auguri, poi… Cavolo, belle immagini!

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