carlo prati

Heartchitecture #1

In ARTE, SCRITTI on 4 febbraio 2014 at 4:37 pm

Heartchitecture_01

Ogni grande creatore riscopre certi simboli, senza saper niente di essi.(…) Nessun dubbio che questi simboli centrali siano “rivelati”; essi provengono da una zona extrarazionale, che possiamo o meno chiamare “inconscio” (visto che s’intendono moltissime cose con questa parola). Fatto sta che approfondendo e facendo luce sul simbolo centrale di un opera d’arte, ne facilitiamo la “comprensione” e il godimento, realizzando le condizioni migliori per una contemplazione estetica ideale. (La contemplazione estetica, del resto, non ha mai escluso, nei periodi d’oro della filosofia, lo studio della metafisica implicita nell’opera d’arte. Non esiste infatti opera d’arte che non sia solidale con un “principio”, quale che sia)[1].


[1] Mircea Eliade, L’isola di Euthanasius, in Mircea Eliade L’isola di Euthanasius, ed.Bollati Boringhieri, Torino 2000, p. 22

Ogni opera d’arte e creazione dell’uomo, è come un crogiolo, uno scrigno all’interno del quale si depositano e distillano, esperienze, simboli, ricordi e sensazioni. Il Simbolismo ecumenico, l’archetipo che da questo è composto, esprimono entrambi il complesso di questi fenomeni che convergono –talvolta anche in modo inconsapevole- all’interno dell’opera e che ne influenzano il carattere e l’ordine complessivo. Il luogo dal quale provengono e scaturiscono questi elementi, è un territorio dell’anima, una zona extrasensoriale condivisa a livello collettivo che siamo soliti chiamare Inconscio. Questo è immanente. Risiede nel mito come nelle opere dell’uomo più moderne.

Ogni grande creatore ha la capacità di far affiorare determinati simboli, di svelarli a se stesso ed al mondo (che è poi la medesima cosa), di renderli determinanti per comprendere ed interpretare il prodotto della sua creazione. Portare alla luce questi simboli, risulta di cruciale importanza; svelarli, equivale a soppesarne il peso nel complesso dell’opera, a renderla cosa tra le cose, parte di un tutto che la contiene. (…)

Come in una seduta di analisi, all’edificio si chiede di parlare, di raccontare e svelare -come una persona-, i suoi ricordi e le sue esperienze. Sono le voci dei progettisti, i materiali anatomici che costituiscono il corpo documentale dell’edificio (schizzi, piante, sezioni, prospetti, ecc.), gli stimoli percettivi dell’autore dell’analisi, a svelare alfine il contenuto archetipico che si ricerca.

Si tratta di un setaccio, di una rete di pescatore, sulla quale si depositano le tracce del simbolo connesso al mondo naturale.

Svelare quindi gli archetipi della natura contenuti in modo volontario o involontario all’interno dell’opera architettonica, ci permetterà di interpretarla nel suo complesso, di leggerla in modo esaustivo e consapevole.

Il godimento estetico di cui parla Eliade, per realizzarsi  non può prescindere dalla conoscenza del portato simbolico connesso al manufatto.

Concludendo, aldilà delle perplessità suscitate da questo modo di riguardare alla disciplina architettonica, -perplessità comprensibili e giustificate- si ritiene che questo studio ne possa offrire una diversa interpretazione, in grado -ci si augura- di facilitarne la comprensione e la lettura, per mezzo di un sistema che si avvale di tecniche di analisi transdisciplinari. (cp)

Introduzione a “INCONSCIO E ARCHETIPI DELLA NATURA.ITINERARIO SVIZZERO, 5 casi studio tra Grigioni e Ticino (1988-2002). Come si sostanzia il dialogo aperto tra Natura e manufatto architettonico.”

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