carlo prati

Archive for the ‘RICERCA’ Category

PER UN’EPICA DELL’ARCHITETTURA ITALIANA / Area 154

In ARCHITETTURA, RICERCA, SCRITTI on 12 settembre 2017 at 10:46 am

Sul numero 154 Settembre/Ottobre 2017 di Area, “Per un’epica dell’architettura italiana” una mia lettura critica della libro “Architettura italiana dal Postmoderno a oggi” di Valerio Paolo Mosco.

 

PER UN’EPICA DELL’ARCHITETTURA ITALIANA
di Carlo Prati

Per introdurre il volume di Valerio Paolo Mosco potremmo dire, parafrasando Renè Magritte, “Questa non è una storia dell’architettura” quanto piuttosto il tentativo di costruire un’epopea dell’architettura italiana (dopo le trattazioni critiche di Tafuri, Dal Co, Biraghi, Micheli) attraverso una narrazione organica dei fatti e dei protagonisti che l’hanno contraddistinta a partire dalla fine degli anni settanta ad oggi.

L’interessante dispositivo cronologico predisposto da Mosco si articola in quattro sezioni in cui i momenti chiave della storia recente (il sequestro e l’uccisione di Aldo Moro, lo scandalo di Tangentopoli, la crisi economica) si intrecciano a doppio filo con le principali vicende architettoniche.

Ogni sezione è poi introdotta da un efficace riassunto su pagina nera accompagnata da un immagine iconica (i cataloghi di “Roma interrotta”, “Le città immaginate” alla Triennale del 1987, la Biennale di Venezia del 2000 ed infine un collage digitale dello studio Ian+).

Dispiace che l’anello debole dell’intero apparato epico sia proprio il capitolo dedicato agli ultimi dieci anni (2006-2016), un arco temporale problematico che richiederebbe una riflessione attenta e chiarificante. In particolare etichettare come “architettura assertiva” ed “architettura assoluta” ricerche eterogenee e dagli esiti diversificati risulta semplicistico.

Difficile ad esempio considerare neutrale e sobria l’architettura di 5+1AA o T Studio così come ritenere che nei progetti di Nemesi o Metrogramma si celi l’intento di comporre per figure minimali o di sfondo.

Discutibile è infine considerare Milano l’unico centro di propagazione culturale oggi attivo in Italia a discapito di scenari complessi (quale ad esempio quello romano da cui l’autore proviene) che solo superficialmente vengono considerati nella trattazione.

Il testo è comunque senz’altro da consigliare per chi vuole approfondire e ripercorrere con un un unico colpo d’occhio le vicissitudini della critica, dell’architettura e dell’ingegneria in Italia negli ultimi quarant’anni.


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LA MAIN OUVERTE. La spiritualità “laica” di Le Corbusier in relazione al pensiero di Jiddu Krishnamurti

In ARCHITETTURA, RICERCA, SCRITTI on 29 maggio 2017 at 1:48 pm

Questo testo rappresenta il tentativo di far convergere all’interno della struttura narrativa e di ricerca due istanze: la prima, connessa alla disciplina architettonica, ha valore iconologico/simbolico, la seconda di matrice preminentemente metafisica allude invece alla dimensione spirituale/filosofica dell’esistenza. Quel che all’inizio sembrava a dir poco un ipotesi irrealistica, ovvero l’incontro tra Le Corbusier e Krishnamurti, alla fine ha rivelato la qualità di un ragionamento plausibile.

La Main Ouverte1, il cuore “iconografico” e “simbolico” della visione di Le Corbusier a Chandigarh è secondo la mia interpretazione una Mudra, un gesto simbolico del corpo che indica sentimenti o intenti religiosi specifici. Di più, la Main Ouverte è un Abhaya Mudra, il sigillo che le divinità compiono per simboleggiare le loro abilità protettive. Abhaya è infatti Coraggio: la mano destra alzata all’altezza della spalla, il braccio piegato e il palmo rivolto verso l’esterno con le dita unite in posizione verticale. Rappresenta la protezione, la benevolenza e la vittoria sulla paura. Abhaya Mudra è il gesto della pace comune a tutte le religioni e grandi tradizioni spirituali (Induista, Buddhista, Cristiana e Mussulmana).

Ma come perviene a questa “visione” religiosa così innovativa?
Quale insegnamento spirituale ha riconosciuto come fonte d’ispirazione primaria?

A mio avviso sono molti gli indizi che in tal senso spingono a identificare in Jiddu Krishnamurti la guida “occulta” del maestro francese, in particolare negli ultimi anni della sua vita, corrispondenti (non a caso) alle opere della piena maturità realizzate in India tra il 1951 ed il 1965 (anno della sua morte) e di cui la Mano è al tempo stesso icona e testamento ideale 2.

Jiddu Krishnamurti nacque l`11 maggio 1895 a Madanapalle, una cittadina nell’India meridionale. Insieme a suo fratello Nitya, venne adottato da ragazzo da Annie Besant, allora presidente della Società Teosofica. La Besant e altri proclamarono che Krishnamurti era destinato a diventare un maestro per il mondo, e crearono per la sua venuta un’organizzazione chiamata “Ordine della Stella d’Oriente” di cui venne messo a capo. Ma, nel 1929 rinunciò al ruolo che si pretendeva da lui, sciolse l’Ordine con tutto il suo enorme seguito e da allora, per circa sessant’anni, fino al momento della sua morte avvenuta nel 1986, viaggiò per tutto il mondo parlando della necessità di un cambiamento radicale nell’umanità. Leggi il seguito di questo post »

ABITARE IL SOGNO / Area 151

In ARCHITETTURA, RICERCA, SCRITTI on 19 aprile 2017 at 9:31 am

Sul numero 151 Marzo/Aprile 2017 di Area, “Abitare il sogno” una mia lettura critica della mostra “The Japanese House. Architecture and life from 1945 to the present” al MAXXI di Roma fino al 26 Febbraio poi al Barbican Centre di Londra dal 23 Marzo al 25 Giugno e infine al National Museum of Modern Art di Tokyo.

 

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ABITARE IL SOGNO
The Japanese House.
Architettura e vita dal 1945 a oggi.
di Carlo Prati

Del fiume che procede, lo scorrere è ininterrotto, seppure l’acqua di ogni momento non lo sia. Nello stagno, la spuma ora svanisce ora si riforma, senza rimanere a lungo. Le persone e le loro dimore sono esattamente così: in continuo cambiamento”

da Hōjōki (方丈記),”Ricordi di un eremo”di Kamo no Chomei (1155-1216)

Premessa

La condizione dell’abitare è paradigma della condizione umana. La verità dell’impermanenza, della transitorietà dei fenomeni e delle esperienze governa l’intero spettro dell’esistenza; il bisogno primordiale dell’uomo, di contro, nasce dalla necessità di trovare un rifugio affidabile e solido.

Nella concezione orientale la spiritualità è strettamente connessa al “qui ed ora” della vita (il motto zen “dare vita alla vita”) e presuppone, per il raggiungimento di uno stato gioioso e felice, di stabilire la giusta relazione con questo continuo e incontrollabile mutamento. Il rapporto di sostanziale identità tra casa e persona chiede dunque all’architettura un interrogazione e ridefinizione costante delle leggi che la governano e delle forme che la sostanziano.

Si tratta di costruire dentro il paradosso, di dare sostanza a ciò che (per sua natura intrinseca) è destinato al disfacimento. Il tema, che potremmo declinare come “abitare il sogno”, ruota tutt’intorno a questo concetto che Chōmei riassume nella visione poetica dell’uomo che emerge per un attimo, come in un breve sogno, “abitando” nella spuma effimera di un ristagno.

The Japanese House. Architettura e vita dal 1945 a oggi” si apre proprio con queste parole del grande poeta giapponese. La mostra, curata da Pippo Ciorra con Kenjiro Hosaka e Florence Ostende e la consulenza di Yoshiharu Tsukamoto (fondatore dello studio Atelier Bow-Wow che ne cura l’allestimento), sarà al MAXXI di Roma fino al 26 Febbraio poi al Barbican Centre di Londra dal 23 Marzo al 25 Giugno e infine al National Museum of Modern Art di Tokyo.
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Appunti dalla lettura del libro

In ARCHITETTURA, RICERCA on 4 ottobre 2016 at 7:57 am

di Valter Scelsi

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Cavallo di Troia Raoul Lefèvre, Recoeil des histoires de Troyes, Bruges o Gand ca. 1495 BnF, Français 22552, fol. 277V

Nel cuore del secolo della psicoanalisi, il 900, Georg Groddek, affermando che l’uomo possiede la parola per nascondere i propri pensieri, concludeva che il linguaggio è incapace di dare espressione alle nostre riflessioni più preziose e profonde. Ciò perchè il pensiero originario dell’uomo è muto, sotterraneo, inconscio. La muta interiorità, quindi, vista come ciò che è autenticamente umano. Ma la forza che determina la forma, egli dice, è ciò che dimostra la sostanza dell’uomo (“il valore”, dice lui);

E’ nell’essenza del linguaggio essere impreciso, travisare, anzi, è proprio nell’essenza umana. Mentre queste emersioni parziali di un pensiero inconscio, groddekianamente inteso, perfettamente chiuso in sé stesso, invisibile agli altri (così lo crediamo, almeno), possono essere definite “la nostra ispirazione”, qualcosa che ci venga riconosciuta come un’autentica e originale forma di produzione, il riflesso di uno splendore intimo.

Naturalmente in esse il significato, come tutti i significati, non è completamente condivisibile, e ciò ci sostiene ulteriormente, così come ci conforta l’ineffabilità di queste tracce emergenti dalla memoria, l’impossibilità di definirle e, quindi, di associarle a parole che ne diventino parte costitutiva travisandole e trascinandole con sé, magari lontano, lontano anche da noi.

Incatenati nei limiti del linguaggio, gran parte della vita la impegnamo nello sforzo di provare noi stessi al mondo.

Così, sottoponendosi anch’egli a questa prova, Carlo Prati istituisce un indice degli «elementi primari» attraverso i quali operare il racconto delle cinque architetture scelte.

L’architettura è un sistema composto di segni «e, come tale, può essere organizzata, almeno parzialmente, come altre strutture linguistiche» (era quello che scriveva, nel 1959, Dorfles), ma è anche quel sistema linguistico al quale si tende a reagire ricercando, come fa Dorfles, un quid formale, che egli definisce “gestaltema”, capace di esprimersi anche solo mediante il proprio aspetto formale-configurazionale.

Tuttavia, in queste emersioni dell’inconscio, o meglio, del subconscio, che citavamo prima non arriviamo mai compiutamente ad afferrare la forma. Così, mancando μορφή, tutto si riconduce a un valore simbolico che previene l’oggetto, quello di un suono indistinto che proviene dalla foresta sensoriale, un suono che non è forma, appunto, ma promessa di forma, in una dimensione ancora linguistica, la stessa che ci fa credere, a volte, che l’architettura possa essere una condotta umana che non prevede l’inserimento di una significazione concettuale (l’azione per la quale città e architettura vanno spiegate) che si interponga tra sè e gli abitanti.

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Cinque architetture svizzere. Convegno e presentazione

In ARCHITETTURA, RICERCA, SCRITTI on 9 settembre 2016 at 4:22 pm

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Presentazione del volume “Cinque architetture svizzere. Progetto, inconscio, natura” di Carlo Prati (Casa Editrice Libria, Melfi 2016). Il saggio guarda all’architettura non soltanto come ad una disciplina tecnico scientifica ma piuttosto e soprattutto come ad un’arte che racchiude in sé una molteplicità di aspetti e significati simbolici.

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Il convegno del 21 Settembre presso la Casa dell’Architettura

Stabilire un interazione ed un dialogo operante tra architettura svizzera ed architettura italiana è l’obbiettivo peculiare di questa iniziativa. Il convegno intende mettere in luce, attraverso la chiave di lettura proposta dal saggio presentato, lo speciale rapporto che entrambe le realtà stabiliscono con la composizione architettonica e la natura intesa in modo duplice sia come paesaggio esteriore che interiore.

Gli ospiti del convegno: Jacques Gubler, Franco Purini, Nicola Braghieri, Gianni Celestini, Cherubino Gambardella, Valter Scelsi

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Convegno a cura di Libria Edizioni http://www.librianet.it/index.php Leggi il seguito di questo post »