carlo prati

Posts Tagged ‘Architettura Italiana’

Cosa resta dell’architettura italiana?

In ARCHITETTURA, SCRITTI on 18 novembre 2015 at 5:07 pm

Un prequel per disegno e testo

Torre d'ombre romane pennarello e biro su carta 30x20 2015

Torre d’ombre romane
pennarello e biro su carta
30×20
2015

 

 

Conflitto
la condizione drammatica dell’architettura italiana degli ultimi venticinque anni.
il tentativo fallito di stabilire un dialogo con le neo avanguardie internazionali cercando di dare vita ad nuovo vocabolario, ad una nuova “retorica” dell’architettura. Koinè tra lemmi della tradizione e idiomi d’importazione, frutto di condizioni culturali differenti e talvolta inconciliabili. Il conflitto ha portato alla demolizione della matrice d’origine radicalizzando i termini della questione:

cos’è l’architettura italiana oggi?
esiste ancora una architettura italiana oggi?

La dicotomia tra nord e sud del paese è un esempio dello stato comatoso e difficile in cui ci troviamo a operare. Mentre nel primo caso assistiamo ad una profonda assertività del palinsesto, ad una sua purificazione formale e contenutistica, ad una chiarezza maggiore dei termini teorico-pratici con cui si pone il problema dell’architettura, nel secondo (penso in particolare a Roma) si sono talmente estremizzati i termini del discorso che si è giunti, in assenza di una teoria sostanziale e credibile, ad operare unicamente in modo “gestuale” attraverso il martirio figurativo dell’elemento iconico più rappresentativo e simbolico, Il muro, che è, di fatto, romano.

Tendenza. Pennarello e biro su carta 30x20. 2015

Tendenza.
Pennarello e biro su carta
30×20.
2015

Analogia
Asserzione positivista riguardo al rapporto di complementarità che il progetto di architettura deve poter introdurre nell’inserirsi nel tessuto urbano stratificato, consolidato. Complementarità ordinaria e generica. Come se l’edificio fosse sempre stato lì. Non intromissione. Tendenza come strategia di azione deprivata di un processo ideativo complesso e autodichiarato.

 

Chiaroscuro Higgins. Pennarello e penna su carta 30x20. 2015

Chiaroscuro Higgins.
Pennarello e penna su carta
30×20.
2015

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Il mio nome è Gump

In SCRITTI on 10 settembre 2010 at 12:27 pm


Motivazione che muove alla condivisione. Mestiere che muove verso un utilità collettiva. Fare che si limita a offrire una prestazione ottimale, una risposta a un problema contingente. Fare per evitare le trappole dell’essere. Esprimere queste riflessioni solo per la chiarezza che cercano di esprimere. Fare senza essere, per sottrarsi alle innumerevoli trappole dell’essere. Il quartiere popolare la festa lo stare in cerchio bevendo del vino e guardandosi negli occhi, ridere e scherzare, il non avere paura, l’ascolto, imprevendibile, non calcolato, inaspettato incanto.

Parliamo del nostro tempo deviante, che offre il fianco alla frustrazione alla sfiducia all’autocritica alla debolezza e al disagio. Un tempo in cui professarsi qualcosa di specifico equivale a un suicidio. Un tempo così liquido e sfuggente che impedisce e contrasta qualsiasi modalità di autoaffermazione. Quel “io sono” qualcosa, un architetto per esempio, ma anche “io sono” un attore, un medico, un poeta, un pittore, un meccanico… Questo sto imparando qui e ora, grazie alla visione di compagni che nel cammino si muovono con movimenti sincronici, perchè e bene ricordarlo: siamo tutti uguali siamo tutti costituiti dalla stessa materialità plasmati nello stesso fango. Sia i ricchi che i poveri, sia gli alti che i bassi, sia i famosi sia i falliti, quelli che hanno troppe cose da fare, cosi tante cose che scordano gli affetti più prossimi, quelli che dimenticano e che nel percorso si lasciano trascinare da una presunta capacità di controllo e quelli che stanno con le mani in mano, parassiti o saggi.

Ma questa presunzione sembra essere messa continuamente alla prova dalla vita, che si fa beffe della nostra sicurezza, della nostra idea di controllo. Tempi così indeterminati ci costringono a tenerci ben saldi agli appositi sostegni, perchè si cade facile, i nostri amici, i nostri amori i nostri affetti ci cadono intorno negli urti, negli strattoni continui, noi stessi ci ritroviamo a mezz’aria in procinto di franare sul prossimo.È una carrozza della metropolitana che corre è non fa più nessuna fermata, siamo tutti li, stipati, tutti noi che viviamo insieme per un attimo questo segmento di tempo sghembo, tu che mi leggi, io che scrivo lui che guarda o lei che passa oltre con nonchalance. Leggi il seguito di questo post »

Villacolli’s Picture

In SCRITTI on 30 agosto 2010 at 9:56 am

Autostrada, asfalto, terra desolata, luogo archetipico, pianura sconfinata e deserta, all’orizzonte qualche casolare, qualche rudere e fabbricato in costruzione. Talvolta qualche depressione concava nel terreno, cisterne per raccogliere l’acqua piovana. Il cielo sopra è immenso e lattiginoso, velato da una coltre uniforme di nuvole sbavate. Uno sfondo immoto e presente. Dapprima tenue di lontananza – come di ululato alterato e sordo – poi più forte persino assordante, infine perso nell’etere dominante: un aereo recide la densa caligine bianca e solca l’immoto. La macchina di Villacolli sfreccia caparbia sul paesaggio del nulla come di vuoto indicibile e drammatico. L’asfalto schiacciato dal peso pneumatico con sicurezza, l’abitacolo ovattato e sordo ai rumori dall’esterno. Lo sguardo è sicuro, soppesa l’orizzonte davanti al Sé: dal parabrezza all’infinito.

Il contachilometri segna: 220 Km/h

Da fuori, se la prospettiva assunta fosse quella di una lepre selvatica che casualmente, nell’atto di attraversare la sterpaglia si fermasse attratta da qualcosa di incerto e misterioso – come un fruscio o un ronzio – insomma, questa volgerebbe l’occhio vitreo e concavo verso un punto nero e sfuggente, come di proiettile o di palla di cannone sparata a velocità supersonica.

Sul sedile di pelle scamosciata Mirko appoggia irrequieto il suo corpo, Il ristoro non sopraggiunge mai. La mente rivolta ad un altrove che vorrebbe essere soppesato e raggiunto, verso il quale cerca di tendere e trascinarsi. Beatitudine e consapevolezza.

Il contachilometri segna: 250 Km/h

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Furia Cecla

In SCRITTI on 23 luglio 2010 at 2:01 pm

sulla lettura di Franco La Cecla, Contro l’architettura, Bollati Boringhieri, Milano 2008

Credo che il pensiero di La Cecla emerga in modo contraddittorio, sollevando quanto meno un dubbio di coerenza:  come convivono atteggiamento ecumenico-sensibilista e tensione punitivo-pedagogica che sembrano pervadere l’intero libro?
Io dico che seppure si venga toccati in modo simpatetico dalle sferzanti argomentazioni dell’autore, evidenziare il rapporto di causa-effetto tra Architettura e crisi globale sia retorico riduttivo e velatemente strumentale. Vorrei dunque indentrarmi nel testo per condividere e approfondire queste e altre riflessioni. Mi corre l’obbligo di una premessa iniziale: da quando ho cominciato a approfondire e affinare la formazione, credo di aver orientato il mio incedere alla volta di una chiarificazione motivazionale complessiva. E’ emerso nel tempo (da “Inconscio e archetipi della natura: Itinerario Svizzero, “Jean Nouvel” fino al recente “Upgrade architecture” con Cecilia Anselmi) un bisogno che sintetizzo come costruzione di un identità consapevole, che possa essere sincronicamente culturale civile e professionale.
Vivere per sperimentare questa temporalità ritorta è dunque atto necessario, congenito e imprescindibile; un buon architetto (un buon operaio, un buon barista, un buon agricoltore, un buon padre….) sa interrogare e ascoltare, se stesso come gli altri: il contesto – politico e sociale – è condiviso con la società civile -tutta senza distinguo-, e così le emergenze che sperimentiamo come parte operante di questa totalità. Leggi il seguito di questo post »

Perchè consegnare un concorso e accettare il Mistero

In SCRITTI on 14 aprile 2010 at 3:50 pm

So che non è molto corretto, prendere parte a una riflessione senza aver prima dedicato del tempo al suo dipanarsi, al suo dispiegarsi. Ho visto che sul blog del caro Darò si sono scomodati colleghi e amici che stimo, per indentrarsi nell’ambito di una riflessione, che è senz’altro importante, ma che – è un impressione superficiale – forse rischia di ricadere in una contrapposizione nemmeno troppo velata tra “scuole” e “fazioni”.

Se quindi un contributo posso portare, è solo di tipo sperimentale, emozionale, dispiegante.

Bene, non credo occorra riassumere le tappe che sostanziano il vissuto di ricerca e lavoro, che per noi è senz’altro connesso in massima parte ai concorsi di architettura. Il tema del “concorso” è un tema connaturato alla interpretazione tradizionale dell’architetto come esploratore, come ricercatore immerso nei meandri di un agire poetico, che disvela ai più il confine labile tra passato e futuro. Ovvio dunque che i padri, i figli, gli emuli, i ricercatori, si sentano stimolati a lavorare in questa direzione nutrendo aspettative che spesso esulano dal semplice contesto professionale per sfumare in un periglioso territorio a cavallo tra psicoanalisi e farmacopea tradizionale.

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