carlo prati

Posts Tagged ‘Autobiografia’

Ara Pacis

In ARCHITETTURA, SCRITTI on 11 febbraio 2016 at 1:14 pm

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Seduta sulla scalinata contempla la nuova realtà.
Il ricordo dei molteplici attraversamenti si palesa di getto.
Oltre quel palazzo l’Università dove ha studiato, la prima traversa a sinistra, lì dietro, appena girato l’angolo. Come sempre c’è traffico, ma per la prima volta Olga ne è seduta al centro.
Adagiata su tre gradini di travertino smerigliato, lascia scivolare lo sguardo intorno a sé.

Per la prima volta sperimenta la sofferenza provocata da una significativa incrinatura dell’ordinario, del conosciuto. Piani, segni, volumi e luce: luce bianca che si diffonde nell’invaso urbano, luce accecante tutt’intorno da cui emergono forme in rapido movimento. “Umani” pensa Olga soppesandoli.
La città è Roma il luogo è Piazza Augusto Imperatore l’edificio è l’Ara Pacis, o meglio la pesante lanterna che l’avvolge. Olga entra nella grancassa siderea dopo essersi sgranchita le gambe che scricchiolano sollevandosi.  Cammina cautamente. Un operaio l’osserva distratto, ne misura l’andatura che valuta al contempo incerta e guardinga.

Questa nuova architettura proietta la sua identità in un altro luogo, in un altra città, in un altra nazione. La sua stessa presenza, qui oggi, in una tarda mattinata sferzata da una prima brezza autunnale, è messa in dubbio, contestata e discussa.  Il trambusto, il caos, gli stridi, gli sfreghi, il cancan delle auto.
Gli umani che si affannano sudando.
Rumore che di colpo cessa, non si intromette e rimane trattenuto al di fuori dalle pesanti lastre di vetro della porta d’ingresso. Acquario. Allo straniamento sonoro segue quello visivo e cutaneo. I pori si schiudono lasciandosi attraversare dall’aria condizionata che stagna il rudere e lo rinfresca; l’iride dilatandosi si rilassa nella soffice radianza del cristallo smerigliato.

Guarda le statue in bella mostra: le riproduzioni dei busti della famiglia di Augusto. Si intromettono nel campo visivo una coppia di turisti le cui sembianze non si discostano da quelle dei gessi ora sullo sfondo;
si direbbe che il passato si sia fuso nel presente. I molti che sono sopravvissuti ai primi ora si beano e collimano con il reale eterno e imperituro.
Tutto assume l’aspetto di un sogno manipolabile. Russ Mayer e il suo imponente edificio. Piazza Augusto Imperatore è il tempio delle gattare, come la Mole Adriana dall’altro lato del Tevere. Mura fraciche solcate da cicorie e muschi millenari. All’odore di umido e stantio si mischia quello della ruggine delle cancellate, le pesanti balaustre volute nel ventennio a latere della vecchia teca che ora non c’è più.

Olga è dentro. Per la prima volta è dentro la nuova costruzione. Riti e leggende del costruire, “Russ Mayer è Mastro Manole?  Chi ha offerto in sacrificio?”.
Forse il Sindaco Rutellik. Oltre gli infissi l’ampia circonferenza del Mausoleo. Silenzio. Sospensione. Olga è catturata, prigioniera di uno spazio-tempo indefinito, non elaborato, spiazzante. Traslando con una lieve rotazione dell’anca il busto, nota, dall’altro lato, il Tevere e le macchine e, in fondo, i palazzi bidimensionali di Prati. I motorini sfrecciano, passano spediti attraverso la monumentale parete di vetro, insieme e da sinistra verso destra. Nessun clacson, nessun rimbombare di motori, nessuna imprecazione screziata. Qualcuno si agita aldilà del vetro, insulta con il labiale trattenuto in una smorfia. Dentro, Olga non percepisce alcun suono. Al centro si staglia l’altare della Pace, qualcuno è ancora intento a spolverare e restaurare le vestigia romane. Olga ci gira intorno, osserva e si fa testimone di una traccia. Nel contemplare quei volti quella romanità perduta nel tempo, si lascia andare all’emozione; l’epidermide rilascia nell’etere circostante un impercettibile vibrazione.

Un romano, di ritorno dall’ultima campagna militare, posa fiero il palmo della mano sul capo del piccolo bimbo, questo sta ritto ai suoi piedi gentile e dolce. Il tempo della Pace è il tempo per i figli, per le mogli e per i riti. Dall’altare scendono verso di lei forme di travertino presenti e reali come il luogo in cui appaiono.
Suono di cembali e odore d’incensi.
Olga si riconosce in una di quelle donne che lentamente si allontanano e scemano verso la città; seguono il corteo che accompagna il Divo Imperatore. Si lascia trasportare; è immersa in un sogno e l’andatura è lieve. La donna d’alabastro, con un movimento impercettibile del collo, la guarda e le fa dono di un sorriso tenerissimo, poi accarezza con lo sguardo suo figlio più avanti mentre si stringe al guerriero. Leggi il seguito di questo post »

Anni 80

In SCRITTI on 19 luglio 2013 at 11:58 am

E’ un dolce presera romano. Anni ottanta. I tozzi si riuniscono alla
piazza Barberini dove si è impiantato un nuovo tipo di ristorante,
dice che viene dall’america si chiama Big Burg. Un esplosione un
mito che contamina uomini e cose. Dentro il 56 che dal corso Vittorio
mi porta alla via Boncompagni –il tragitto casascuola è paradigma
del perdersi e del ritrovarsi, come naufragare nell’oceano di un
umanità cialtrona e disinteressata- guardo le maschere di fondotinta
dei tozzi e delle tozze. Si passa davanti alla Piazza Barberini, si gira
intorno al tritone mentre il mozzo dello sguardo, il centro del maelstrom
metropolitano è battuto dal *pazzo* con cuffie e fiore inforcato
tra nuca e orecchio. Balla e deride con sguardi ambivalenti, ride
all’indirizzo dei passanti o delle facce che si stagliano dai finestroni
dei mezzi atac in manovra. Leggi il seguito di questo post »

Il mio nome è Gump

In SCRITTI on 10 settembre 2010 at 12:27 pm


Motivazione che muove alla condivisione. Mestiere che muove verso un utilità collettiva. Fare che si limita a offrire una prestazione ottimale, una risposta a un problema contingente. Fare per evitare le trappole dell’essere. Esprimere queste riflessioni solo per la chiarezza che cercano di esprimere. Fare senza essere, per sottrarsi alle innumerevoli trappole dell’essere. Il quartiere popolare la festa lo stare in cerchio bevendo del vino e guardandosi negli occhi, ridere e scherzare, il non avere paura, l’ascolto, imprevendibile, non calcolato, inaspettato incanto.

Parliamo del nostro tempo deviante, che offre il fianco alla frustrazione alla sfiducia all’autocritica alla debolezza e al disagio. Un tempo in cui professarsi qualcosa di specifico equivale a un suicidio. Un tempo così liquido e sfuggente che impedisce e contrasta qualsiasi modalità di autoaffermazione. Quel “io sono” qualcosa, un architetto per esempio, ma anche “io sono” un attore, un medico, un poeta, un pittore, un meccanico… Questo sto imparando qui e ora, grazie alla visione di compagni che nel cammino si muovono con movimenti sincronici, perchè e bene ricordarlo: siamo tutti uguali siamo tutti costituiti dalla stessa materialità plasmati nello stesso fango. Sia i ricchi che i poveri, sia gli alti che i bassi, sia i famosi sia i falliti, quelli che hanno troppe cose da fare, cosi tante cose che scordano gli affetti più prossimi, quelli che dimenticano e che nel percorso si lasciano trascinare da una presunta capacità di controllo e quelli che stanno con le mani in mano, parassiti o saggi.

Ma questa presunzione sembra essere messa continuamente alla prova dalla vita, che si fa beffe della nostra sicurezza, della nostra idea di controllo. Tempi così indeterminati ci costringono a tenerci ben saldi agli appositi sostegni, perchè si cade facile, i nostri amici, i nostri amori i nostri affetti ci cadono intorno negli urti, negli strattoni continui, noi stessi ci ritroviamo a mezz’aria in procinto di franare sul prossimo.È una carrozza della metropolitana che corre è non fa più nessuna fermata, siamo tutti li, stipati, tutti noi che viviamo insieme per un attimo questo segmento di tempo sghembo, tu che mi leggi, io che scrivo lui che guarda o lei che passa oltre con nonchalance. Leggi il seguito di questo post »

Villacolli’s Picture

In SCRITTI on 30 agosto 2010 at 9:56 am

Autostrada, asfalto, terra desolata, luogo archetipico, pianura sconfinata e deserta, all’orizzonte qualche casolare, qualche rudere e fabbricato in costruzione. Talvolta qualche depressione concava nel terreno, cisterne per raccogliere l’acqua piovana. Il cielo sopra è immenso e lattiginoso, velato da una coltre uniforme di nuvole sbavate. Uno sfondo immoto e presente. Dapprima tenue di lontananza – come di ululato alterato e sordo – poi più forte persino assordante, infine perso nell’etere dominante: un aereo recide la densa caligine bianca e solca l’immoto. La macchina di Villacolli sfreccia caparbia sul paesaggio del nulla come di vuoto indicibile e drammatico. L’asfalto schiacciato dal peso pneumatico con sicurezza, l’abitacolo ovattato e sordo ai rumori dall’esterno. Lo sguardo è sicuro, soppesa l’orizzonte davanti al Sé: dal parabrezza all’infinito.

Il contachilometri segna: 220 Km/h

Da fuori, se la prospettiva assunta fosse quella di una lepre selvatica che casualmente, nell’atto di attraversare la sterpaglia si fermasse attratta da qualcosa di incerto e misterioso – come un fruscio o un ronzio – insomma, questa volgerebbe l’occhio vitreo e concavo verso un punto nero e sfuggente, come di proiettile o di palla di cannone sparata a velocità supersonica.

Sul sedile di pelle scamosciata Mirko appoggia irrequieto il suo corpo, Il ristoro non sopraggiunge mai. La mente rivolta ad un altrove che vorrebbe essere soppesato e raggiunto, verso il quale cerca di tendere e trascinarsi. Beatitudine e consapevolezza.

Il contachilometri segna: 250 Km/h

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Up patriots to arms

In SCRITTI on 13 aprile 2010 at 9:25 am

“Mandiamoli in pensione i direttori artistici, gli addetti alla cultura…”

Mi capita di assistere con una certa frequenza a palesi manifestazioni di opportunismo e demagogia. Ciò che colgo è un atteggiamento ipocrita che sotto il velo di un vis filantropica ben argomentata rivela altresì il volto di un cruento bisogno di autoaffermazione. Mi domando se vi sia generale consapevolezza di tale inganno. E mi rispondo, soppesandomi, che no, che questa pericolosa ambivalenza non è che il risultato della confusione e dell’incertezza che domina questo tempo farraginoso e incerto.

Ora, non potendo dunque additare colpevoli esterni, ma trovandomi nella necessità individuale di superare questo scenario così deprimente, risulta inevitabile denunciare quanto meno la causa di questa deriva di stupidità e narcisismo onanista. Leggi il seguito di questo post »